13 agosto 1944
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L'amministrazione comunale di Borgo Ticino, sull'esempio di quanto hanno già fatto altre comunità vittime di eccidi nazi-fascisti durante l'ultima guerra mondiale, ha deciso di avviare una riapertura dell'iter processuale affinché vengano riconosciute le responsabilità ed i colpevoli dei fatti del 13 agosto 1944. Si tratta di un atto doveroso di giustizia verso le vittime, i loro familiari, tutti i cittadini colpiti dall'incendio, dal saccheggio, dalla violenza immotivata ed improvvisa. La ricerca della verità è un dovere morale ed un atto di fiducia nella democrazia e nel futuro.

CRONACA DELL'ECCIDIO TESTIMONIANZE LE CARTE PARLANO
UNA POESIA   MEMORIE

IL COMUNE STA RACCOGLIENDO ULTERIORI TESTIMONIANZE, IMMAGINI E DOCUMENTI. SI CHIEDE PERTANTO LA COLLABORAZIONE DI TUTTE LE PERSONE CHE POSSONO FORNIRE LA LORO TESTIMONIANZA SUI TRAGICI FATTI.
PER COMUNICAZIONI E/O INFORMAZIONI CONTATTARE IL COMUNE DI BORGO TICINO - Ufficio Segreteria tel. 0321/90271 interno 2 - fax 0321/908275 - e-mail culturaborgo@gmail.com - virginia.zucchelli@comuneborgoticino.it oppure gli assessori FOLINO Silvio o BELLINI Eleonora.

 

I MARTIRI di BORGO TICINO

 

 

 

LA PIAZZA DELL'ECCIDIO

 

CRONACA DI UN ECCIDIO

La guerra c'era, non v'era dubbio. I soldati tedeschi, le truppe fasciste, le cami­cie nere i drappelli armati erano ovunque, perlustravano, si aggiravano inquisitori per paesi e campagne, gli echi dei bombardamenti aerei, degli scontri della guerriglia si sentivano chiaramente anche qui per le vie dei piccoli borghi. Eppure, nonostante ciò, Borgo Ticino era stato, fino all'estate del '44, diciamo così "risparmiato" dagli effetti più nefasti del conflitto: gli scontri armati avvenivano altrove, qualche scaramuccia forse, ma di formazioni partigiane nelle loro case non se ne nascondevano, se non qualche piccolo gruppo occasionalmente, cosicché nazisti e fascisti riservavano loro poche atten­zioni. Questo, dicevamo, fino all'estate del '44. Il mese d'agosto di quell'anno, nel mattino di una domenica di festa, un convoglio tedesco fu attaccato da una formazione partigiana al San Michele, una località vicina al confine tra Borgo Ticino a Varallo Pombia e che comprende quel lembo di terra che unisce il borgo al comune di Divignano. Fu un rapido scambio di colpi di mitragliatore tra i militi nazisti ed i ribelli, così come venivano chiamati, italiani. Nulla di più, ma quattro soldati tedeschi rimasero gravemente feriti, se vi fossero state perdite tra i partigiani non ci è dato di sapere. Era il 13 agosto del 1944, una giornata di festa, dicevamo, poiché stavano comin­ciando i festeggiamenti per la Patrona del Paese, la Madonna Assunta. Era una bella domenica di sole, calda e spensierata, per quanto potesse definirsi spensierato un gior­no di guerra. Al dopolavoro si stava svolgendo una gara di bocce quando, con gran fra­gore, erano circa le due del pomeriggio, arrivarono a bordo di autocarri i soldati della SS naziste ed i militi della X Flottiglia Mas. Si sparpagliarono, i soldati armati, per le vie di Borgo Ticino, entrando nelle case e cacciando a forza le persone che vi trovava­no, in gran parte donne vecchi e bambini, lungo le strade del paese con lo scopo di radunare tutti in piazza. La legge della rappresaglia nazista imponeva che per ogni soldato tedesco ucci­so venissero giustiziati dieci italiani. Militari germanici uccisi nell'operazione com­piuta al mattino dai partigiani non ve ne furono, ma quattro tedeschi erano stati feri­ti ed uno di loro versava in gravi condizioni. Il capitano Krumer, che comandava l'a­zione di rappresaglia delle SS, decise che per ogni soldato tedesco ferito tre giovani ita­liani dovessero morire, più uno, poiché tra i feriti uno era particolarmente grave.

I giovani, tutti sotto i trent' anni, vennero scelti a caso tra la folla terrorizzata tenuta in ostaggio nella piazza. Nessun controllo della loro identità venne fatto; da un promemoria a Mussolini inviato dalla Prefettura sappiamo che tra i giustiziati figura­va anche un simpatizzante fascista, reduce dalla Russia e ferito di guerra, ed alcuni ope­rai della Siai Marchetti di Sesto Calende. Dallo stesso promemoria apprendiamo che il comandante Ungarelli della X Flottiglia Mas, presente, non riuscì che a sottrarre due camicie nere alla fucilazione, tale era la rabbia dei tedeschi.Di fronte alla popolazione disperata i tredici giovani italiani furono addossati con­tro il muro della farmacia, quell'edificio che ancora oggi si affaccia ad est della piazza Martiri. e vennero fucilati.  Uno si salvò per un caso che può dirsi un miracolo, si chiamava Piola Mario.

 Le vittime furono così dodici, si chiamavano:

 Virginio Tognoli, Francesco Tosi, Nicola Narciso, Giovanni Fanchini, Cerutti Franco, Benito Pizzamiglio, Alberto Lucchetta, Luigi Ciceri, Rinaldo Gattoni, Andes Silvestri, Olimpio Parachini, Giuseppe Meringi.

 

I loro nomi sono incisi sulla lapide che ricorda, nel punto della fucilazione in piaz­za Martiri, quest'eccidio. Cacciando la popolazione dal paese i tedeschi prima di andar­sene minarono due case facendole esplodere e molte altre le diedero alle fiamme.

Era il 13 agosto 1944, il giorno più nero della recente storia di Borgo Ticino.

 IL FURORE PRIMA DELLA SCONFITTA

La strage di Borgo Ticino fu davvero il prezzo più alto pagato dai nostri paesi alla guerra di Resistenza, tuttavia l'anno 1944 segnò altri gravi episodi dovuti a rastrel­lamenti o ad azioni punitive dei nazifascisti, che diventavano più feroci quanto più la loro sconfitta si faceva vicina.

Nel '44 le sorti della guerra erano ormai segnate in favore delle Forze Alleate e nel Nord d'Italia la propaganda partigiana e dei Comitati di Liberazione faceva proseliti in ogni paese a favore della guerriglia contro l'invasore tedesco ed i fascisti di Salò. Così anche dai nostri Comuni molti giovani si unirono alle formazioni ribel­li, in particolare a quelle che operavano nel circondano, la Servadei, la X Rocco, la Nello. Altri fiancheggiarono dai paesi l'opera dei partigiani, molte ragazze diventa­rono staffette, trasportando armi o portando informazioni utili alla guerra contro i nazifascisti. Questa mobilitazione mise spesso a repentaglio la sicurezza dei paesi: i tedeschi ed i fascisti operavano incursioni continue, rastrellamenti e rappresaglie, come abbia­mo visto.

  Diego Tessari, da E. BELLINI / D. TESSARI, BORGO TICINO E DIVIGNANO. Storie di gente, scorci di memorie, EOS 1996

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TESTIMONIANZE

"Tutti fummo radunati nella piazza e obbligati ad assistere alla strage. Anche una bimba di appena sei anni, che si chiamave Piera, e in quei giorni era malata, aveva la tonsillite, fu obbligata a uscire. Quando sono entrati i tedeschi nella case e hanno fatto andare tutti fuori si è spaventata. E non è più guarita, è morta di spavento. Perciò io, che ormai sono vecchia, vi dico: state attenti a coloro che vi incitano alla violenza, non credeteci. Le cose vanno discusse. " Maria Stasioli

"Dopo la fucilazione, i tedeschi si sono sfogati a distruggere e incendiare le case e i fienili. Mio padre, allora, ci ha fatto salire, tutta la famiglia, sul carretto - perché il suo mestiere era di effettuare trasporti con carro e cavalli, dato che non c'erano camion dappertutto come adesso - con le cose più importanti di casa, e siamo andati a trascorrere la notte a Conturbia dai parenti." Maria Cerutti

"Paracchini Olimpio si è sostituito al fratello, che aveva figli, perché pensava che dopo qualche giorno li avrebbero rilasciati e pensava fosse meglio star fuori di casa lui qualche tempo, piuttosto che il fratello sposato che doveva provvedere alla famiglia. Poi ci fu l'episodio dell'ostetrica Gavinelli, un'altra vittima della barbarie nazifascista. Chiamata a Divignano dopo il coprifuoco, quando non si poteva uscire, ha voluto lo stesso andare a compiere il proprio dovere di assistenza e così è andata incontro alla morte." Candida Balzarini

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LE CARTE PARLANO

bullet PINA BALLARIO da "UN LADRO IN PARADISO"
bullet Da “LA STELLA ALPINA” dell’8 Luglio 1945
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STRAGE DI BORGO TICINO - Rapporto del Nucleo dei Carabinieri di Borgo Ticino al Pretore di Borgomanero in data 12 febbraio 1947 (volume V, foglio 33) in atti nel processo contro Junio Valerio Borghese e altri, Corte di Assise di Roma

 

PINA BALLARIO da "UN LADRO IN PARADISO"

Nell'estate del 1944 la situazione peggiorò. Il 13 agosto ci fu l'eccidio e la distruzione di Borgoticino. Il pretesto era il solito: rappresaglia! Pretesto comodo. Se c'era un paese tranquillo, con una popolazione pacifica e lavoratrice era quello. Era la domenica, antivigilia dell'Assunta ed in paese si faceva festa: gli uomini ed i giovani erano tutti in piazza dopo la Messa cantata. Le massaie erano in casa a preparare il pran­zo; loro a messa andavano al mattino presto.

Nei caffè si giocava al biliardo e fuori dalle osterie alle bocce.

Erano venuti dai paesi vicini dei giovani per corteggiare le ragazze di qui. Cattiva ispirazione!

Mancava poco a mezzogiorno quando si udì un sinistro fragore di motori salire dalla provinciale. Era un camion di Tedeschi con quattro feriti a bordo. Ancora prima di sapere di che cosa si trattasse, un triste presentimento strinse il cuore di tutti.

Stretti l'un l'altro, quasi volessero fare argine di sé a ciò che si stava per scaténare su di loro, i borghigiani aspettavano con il cuore in gola che l'interprete parlasse. Questi, dopo aver chiesto il silenzio, parlò. Disse che quel mattino c'era stata un imboscata di partigiani in località San Michele, al bivio per Divignano, a poco più di un chilometro dal paese. Per questo ordinò a tutti, uomini, donne, vecchi, bambini, senza tentativi di fuga, di radunarsi lì. Non diede altre spiegazioni ma tutti sa­pevano che cosa voleva dire quell'ordine. Nessuno aveva più voglia di parlare e tanto meno di fuggire, sotto tiro com'erano dei mitra dei Tedeschi del camion e di quelli sulle motociclette.

Verso le quattordici giunsero le S.S. tedesche, rinforzate dalla Decima Mas, gli «arditi del fondo lago» come li chiama­vano ironicamente gli abitanti del luogo, sostituendo al termine «mare» quello di «fondo lago».

Questi erano, come i militi della Squadraccia ed i Tufini di Perugia, la peggior schiuma dei furfanti, levati dai peni­tenziari e riformatori, tranne pochi fanatici in buona fede, con­vinti della bontà della causa, come il loro comandante, un prin­cipe romano, che non mancava di audacia ma forse di autorità si. Balzati dai loro automezzi cominciarono a sfondare le por­te delle abitazioni e a spingere fuori chi ancora non si era por­tato sulla piazza. Perlustravano ogni angolo e razziavano ogni cosa che ca­ricavano poi alla rinfusa sui loro automezzi. Se la sarebbero spartita tra loro i più prepotenti e sfacciati. Dove non trovava­no nulla da asportare si vendicavano sparando colpi di fucile contro pareti, soffitti, lampadari. Le loro perlustrazioni prose­guivano anche nelle cantine: spesso si avvinazzavano e, ubria­chi fradici, non riuscivano più a caricare la refurtiva sui ca­mions.

Quel 13 agosto il vino scorreva a rivoli nelle stradicciole del paese. Poi vi scorse anche il sangue.

Adunata tutta la popolazione in piazza, il comandantè delle S.S., un certo Krumer, dal viso ottuso e bestiale, dopo aver ordinato il silenzio, disse che voleva immediatamente trecentomila lire.

Erano tante ma i borghigiani che temevano il peggio respi­rarono di sollievo. Troppo presto! Piangeva il cuore a la­sciarsi portar via un denaro faticosamente guadagnato e ri­sparmiato ma considerando che con esso riscattavano le loro vite, potevano ritenerlo bene speso.' Le trecentomila lire furo­no subito messe insieme e consegnate al ricettatore. Quelli delle S.S. e della decima Mas esaminavano pro forma i docù­menti degli uomini per vedere se erano regolari per il' lavoro o il servizio militare.

L'interprete riferì quanto già detto all'arrivo e cioè che per i quattro feriti nell'imboscata si dovevano fucilare dodici uomini tra la popolazione civile, secondo l'ordine del comando supremo. Si sarebbero scelti tra quelli che non avevano i do­cumenti in regola e siccome uno dei feriti tedeschi era grave, il numero sarebbe stato aumentato di una unità.

Come esempio per i banditi e affinché non potessero più contare sulla facile ed imprudente ospitalità dei borghigiani, il paese sarebbe stato devastato da un incendio. Mentre l'inter­prete ancora parlava, un gruppo di S.S. e di arditi del 'lago sce­glievano 'a caSo ed allineavano contro il muro le tredici vittime espiatrici. Poi, pentiti della prima scelta, la rifacevano aumen­tando così il panico e la confusione.

Gli uomini, e più ancora le donne, erano increduli, inebeti­ti e muti.

Cominciarono a riaversi quando i tredici giovani scelti de­finitivamente presero a gridare e ad invocare la mamma, per­ché dicesse agli aguzzini che avevano le carte in regola e non erano colpevoli degli incidenti del mattino. Alcuni si rivolgevano ai comandanti della X Mas perché intervenissero in loro favore presso i Tedeschi; nessuna parola fu spesa per i po­veretti. Quando le donne capirono chiaramente cosa stava per accadere si misero a gridare, protestare, supplicare. Alcune svennero, altre cercarono di raggiungere i loro figli allineati con­tro il muro, altre si scagliarono sugli aguzzini ma furono subito respinte sotto la minaccia dei mitra puntati.

Una ragazzina di pochi anni, sopraffatta dall'angoscia e dal terrore non resse allo spavento ed il suo cuore si fermò: si chia­mava Piera.

Verso le sedici Krumer e i suoi aiutanti decisero di mettere fine agli indugi. Di fronte ai tredici condannati stavano dodici uomini del plotone dì esecuzione con i fucili Mauser. Krumer assisteva impassibile ai preparativi, tenendosi ad una decina di metri dalle vittime, passeggiando in su ed in giù e fumando una sigaretta dopo l'altra. Teneva nervosamente per la canna una pistola brunita, pronto ad usarla all'evenienza. Sbiancò soltanto un poco all'ordine secco dell'ufficiale e alle scariche dei dodici fucili sui ragazzi che si proclamavano an­cora innocenti ed invocavano le madri atterrite, sbigottite potenti, incredule. Caduti i figli sotto i loro occhi, rifiutavano ancora di arrendersi alla realtà e li chiamavano per nome.

Subito dopo quattro soldati tedeschi, respinte le madri dei caduti che cercavano di raggiungerli, abbracciarli, portarli via, scaricarono le loro armi su quelli che si dibattevano negli spasimi della morte.

Poi la popolazione fu allontanata a forza dalla piazza.

I Tedeschi e la X Mas cominciarono a incendiare il paese. Verso le diciotto i Tedeschi se ne andarono ordinando a quelli della X Mas di continuare la distruzione ed il saccheggio. Quando non ci fu più nulla da portar via, anche questi si allontanarono cantando canzoni sguaiate, dopo aver frugato nelle tasche dei morti per impadronirsi del poco danaro che avevano con loro.

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INIZIO PARAGRAFO

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Da “La Stella Alpina” dell’8 Luglio 1945

A Novara, al Comando Tedesco di Piazza, da dove si dirigeva la guerra contro le forze partigiane operanti nella Provincia, c’era una grande carta topografica: in essa, nell’Agosto 1944, la località di Borgo Ticino era segnata con un circolino rosso. A Borgoticino, di formazioni “ribelli” non ce n’erano: mai i tedeschi erano convinti di sì perché evidentemente c’era stato qualche losco figuro a soffiar loro nelle orecchie.

Era una domenica di sole caldo, quella del 13 Agosto. A un certo punto, a qualcuno parve di sentire una scarica  a qualche distanza: non avevano potuto capire bene di che cosa si trattasse, ma sembravano raffiche di un’armatura atomica leggera.

Era quasi mezzogiorno quando sopraggiunsero dalla strada di Novara un camion di tedeschi e una motocicletta. Si fermarono nel paese.

Recavano a bordo dei feriti: i tedeschi dichiararono che c’era stata un’imboscata dei partigiani,alla località San Michele, al bivio per Divignano, poco più di un chilometro dal paese.

Erano le quattordici quando arrivarono le S.S. germaniche, rinforzate da un certo numero di aguzzini della Xa Mas. Parevano dei forsennati. Entrarono nelle case sfondando le porte che non venivano loro aperte immediatamente, e come primo atto incominciarono a portar via gli apparecchi radiofonici. Ingiunsero a tutti – uomini e donne, vecchi e bambini – di scendere in piazza e di non muoversi di là.

Il Cap. Krumer che comandava i forsennati, si rivolse a mezzo di un interprete al Commissario prefettizio Cerutti Giovanni, chiedendo che immediatamente fossero versate lire 300 mila di taglia. Intanto le scene vergognose e più toccanti si svolgevano per le strade. Erano soldati inebetiti e bestialmente furiosi, che cacciavano avanti la gente, che la strappavano dalle abitazioni, che la picchiavano: erano bambini atterriti che si aggrappavano alle sottane della mamma; erano uomini impotenti che dovevano subire ogni affronto e ogni violenza senza poter neanche alzare il capo. Nella piazza principale; intanto, gli sgherri - che intanto avevano già provveduto a dividere gli uomini dalle donne - esaminavano i documenti degli uomini.

E lo facevano in modo molto sommario con un ghigno molto satanico. L’interprete del boia tedesco, rivolgendosi alle donne,tenne una concione di questo tono:”Questa mattina, nei pressi di Borgo Ticino, quattro sodati tedeschi sono stati feriti. Per ordine del Comando Supremo per ogni soldato tedesco ferito verranno fucilati tre uomini della popolazione civile, e poiché uno di essi versa in gravi condizioni il totale verrà aumentato di uno. Inoltre perché i banditi non possano avere più ricovero qui-questo paese verrà incendiato”. Gli uomini da fucilare venivano scelti e allineati contro il muro, poi qualche tedesco cambiava idea, e la selezione veniva rifatta.

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Strage di Borgo Ticino
Rapporto del Nucleo dei Carabinieri di Borgo Ticino al Pretore di Borgomanero in data 12 febbraio 1947 (volume V, foglio 33) in atti nel processo contro Junio Valerio Borghese e altri, Corte di Assise di Roma,

21-22 gennaio 1949:

" Il 13 agosto, verso le ore 14 giunsero in Borgo Ticino reparti delle SS, tedesche e della X Mas, tutti provenienti da Sesto Calende, fu bloccato il paese. Armati di mortai, mitragliatrici, armi automatiche portatili di ogni genere e di autoblinde, portarono, con la minaccia delle armi e mediante sparatorie intimidatrici, tutti gli abitanti sulla piazza denominata " Dei Martiri ". Ammalati, invalidi, bambini, donne, vecchi, tutti furono costretti a raggiungere la piazza.
Ultimato il feroce rastrellamento, la popolazione tenuta a bada (ecco la partecipazione) dalle armi dei nazisti e della X, venne arringata da un interprete che comunicò agli astanti l'ordine del comandante tedesco, Capitano Krumhar, di effettuare una rappresaglia perchè nella zona erano stati feriti tre nazisti. Bisognava dare alle fiamme il paese onde impedire il ricovero e l'assistenza ai partigiani. Venne ingiunta una taglia di 300.000 lire a titolo di risarcimento; vennero scelti tra la folla 13 giovani, che furono schierati al muro. Si incassò la taglia, ma venne ugualmente schierato il plotone di esecuzione (Krumhar dirà all'udienza: "i quattrini non bastano pel sangue-tedesco "). Dopo un'àttcsa che tenne tutta la popolazione in istato di disperata angoscia, le 13 vittime caddero tutte sotto il piombo delle armi naziste; solo uno visse miracolosamente all'eccidio, il giovane Piola Mario. l morti furono:

1) Cerutti Cesare, di 18 anni;
3) Ciceri Luigi, di 23 anni;
3) Fanchini Giovanni, di 26 anni;
4) Lucchetta Aiberto, di 22 anni;
5) Meringi Giuseppe, di 19 anni;
6) Pizzamiglio Benito, di 22 anni;
7) Silvestri Andes, di 29 anni;
8) Tosi Francesco, di 30 anni;
9) Parracchini Olimpio, di 28 anni;
10) Nicola Narcisio, di 23 anni;
11) Gattoni Rinaldo, di 22 anni;
12) Tonioli Cesare, di 28 anni.

Dopo l'eccidio la popolazione venne buttata fuori dell'abitato, percossa e braccata; i nazisti e quelli della X Mas (questi ultimi al comando del capitano Ungarelli) si dettero a rapinare, incendiare e distruggere ogni cosa. Nella serata, i familiari dei caduti tentarono di ricuperare le salme e poter dare loro onorata sepoltura, ma non fu possibile; l'ordine era di lasciarli sul posto fino all'indomani.
Prima di iniziare le devastazioni e gli incendi la soldataglia della X Mas in combutta coi tedeschi, commise rapine di maiali, animali da cortile, biancheria, biciclette, radio, riserve alimentari di ogni genere, liquori, oggetti preziosi, valori correnti, il tutto per una quantità ingentissima.
I danni materiali ascendono grosso modo a parecchie diecine di milioni. I tedeschi appartenenti alle. S.S. erano al comando del Capitano Krumhar e gli italiani, della X Mas, erano al comando del tenente Ungarelli. Essi furono gli esecutori e gli organizzatori della strage ".

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INIZIO PARAGRAFO

 

UNA POESIA

Borgo Ticino 13 agosto 1944 - 13 agosto 1974
di Eleonora Bellini

Un tipo di strage fu compiuta
in domenica d’agosto quando piace,
sostando, slacciar nude le membra
alla calura.
Un tipo di strage sulla piazza.....
gracidarono i corvi un mormorio:
le nefaste conseguenze del numero tredici.
Tredici a caso - ma giovani, innocenti
(e soprattutto momentaneamente incoscienti) -
fucilati in fretta. Non bastando
spesso una vita a prepararsi
la morte, mancò loro,
schiacciati contro il muro
dalla folla attonita e dal coagulo
maligno degli assassini,
l’attimo lungo della gloria,
il solo che illumina le menti
di coloro che noi commemoriamo
caduti eroi. Davvero
fu quel che dissero:
una fine da poveri diavoli,
la folle porcheria di quando
il morire viene per odio nella guerra.
Fez camicie nere croci uncinate
impazzavano crivellando inermi
giovani al muro: pure braccia di morte,
senza mente, a premere il grilletto
- divisa “ratio unica” come se la tenebra
dell’ordinanza non vestisse sotto carni d’uomo.
Finì a sera questo tipo di strage
con saccheggi e falò
di schietta impronta barbarica
Nella notte
i cervelli cominciarono a adoprarsi
per dimenticare tutte
quelle le piccole storie di famiglia
accartocciate in cenere
 e l’infanzia tenera dei ricordi,
che giacevano a terra coi molteplici
focolai in via di estinzione
degli incendi appiccati alle case ed ai fienili.
 Ora, per quanti paesi le stragi
possiamo noi moltiplicare
compresi i luoghi sconosciuti,
altre lingue, altri continenti?
Impossibili perfino
degli indici alfabetici dei nomi
(nomi soltanto - sine causa -).
Cerchiamo comunque di comprendere
nel totale numero ipotetico tutto
quanto la nostra ignoranza ignora,
tutto quanto la nostra ragione teme,
i pochi frammenti raccolti dalle fonti
ufficiali. Vestiamo poi genocidi della magnifica
volontà di sopravvivenza della specie,
la più oppressiva e ricca, l'inumana.
Avremo così fatto un buon lavoro.

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MEMORIE

25 aprile 1945 - 25 aprile 2006 
 “ Io non sono uno che ha mai amato le commemorazioni. Eppure l'altro ieri ero particolarmente contento di trovarmi in un paesino di montagna dove si metteva una lapide per due partigiani caduti che non l'avevano ancora avuta. Era una cerimonia senza musica né bandiere, pochi compagni quasi tutti dello stesso reparto, che si erano dati la voce; uno che ora insegna in un istituto tecnico aveva portato la sua classe. Le cose vere erano ancora tutte lì: il pudore della retorica, che caratterizza i veri partigiani; il senso di come è difficile far capire agli altri l'importanza di quella esperienza per noi e per tutti, senza apparire noiosi; e poi, dato che i morti che ricordavamo erano ragazzi pieni di allegria, le storie che ci veniva da ricordare di quei tempi terribili e sanguinosi erano piene di allegria anche quelle.
C'è una faccia dell'Italia migliore, che non fa tanto parlare di sé ma che continua a fare sempre qualcosa di serio per gli altri con disinteresse e passione. Mi capita di incontrarla quando mi ritrovo in ambienti legati alla Resistenza, ma con questo non voglio affatto dire che tutti gli ex resistenti siano così, né che siano così solo loro: ci mancherebbe altro. Voglio solo dire che un'Italia così esiste e che può contare molto. O anche che può non contare niente, a seconda dei casi”.

Italo Calvino, “Miracolo che ritarda” in Corriere della Sera 25 aprile 1977.

  “Che anni di grandi speranze furono quelli! Ma ora? Anche per questo avevate tristezza Primo e tu (Primo Levi e Nuto Revelli, al quale è rivolta questa “lettera”). Anche ad altri amici era capitato così e si erano allontanati dall’Italia non per colpe ma per delusione di libertà tanto sperata. E’ davvero difficile viverla, la libertà, in questa Italia al telecomando. Ma non devono e non possono essere inutili tutti quei morti che abbiamo lasciato dietro le spalle”

Mario Rigoni Stern, Aspettando l'alba, pag. 92.

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